Gli scherzi della maialatura
È tempo di maialatura. Si definisce così, in corretto italiano, la cara e vecchia usanza di far sö el pursèl, evento importante della nostra sociologia rurale, non ancora definitivamente scomparso. Far sö l pursèl è consuetudine antica della civiltà contadina con la quale, a partire dai primi freddi di novembre che conferiscono il giusto tasso di umidità all’aria, si assicuravano condimento e companatico alla famiglia per quasi un anno. È ovvio quindi che tale pratica abbia assunto, nel tempo, delle ritualità singolari e curiose che si sono trasmesse sino ad oggi.
Sono di campagna e ricordo che in quel giorno c’era un gran daffare in casa, con uomini e donne freneticamentente intenti a provvedere alle necessità della lavorazione: i primi a pulire il maiale, a sezionarlo ed a lavorarne le carni, le seconde a preparare la fritüra (mangiare sublime che i nostri ristoratori dovrebbero riprendere) ed a cucire i budelli. Poi c’erano gli scherzi che, per i più piccoli, avevano una importante funzione pedagogica perché insegnavano loro ad essere consapevoli, ad avere discernimento. Anche per questa via si trasmetteva una cultura, quella della concretezza, della scarpa grossa e del cervello fino, semplice fin che si vuole ma utile per la vita.
Incominciavano i grandi, gli uomini. Approfittando dell’inevitabile trambusto, c’era qualcuno per esempio che nascondeva il fegato e la milza. Il veterinario, che sapeva già tutto e stava al gioco, con fare imperativo sentenziava che non si poteva procedere perché gli mancavano gli elementi necessari per valutare lo stato di salute del maiale e faceva finta di tornarsene e casa. Subbuglio, litanie di imprecazioni, sospetti, minacce finchè tutto si risolveva quando finalmente arrivavano, tratti da chissà dove, il fegato e la milza stessi. Si stemperava la rabbia, gli animi si placavano, si rideva allegramente magari confortati – qualsiasi occasione ne era degna - da un gotto di quello giusto.
Poi venivano i piccoli. Ad un bambino veniva chiesto di mettersi ad un capo del paletto infilato nella stadera per sollevare il mastello della carne. Era ovviamente uno sforzo troppo grande per lui Sbuffava, si arrabbiava, finchè non gli spiegavano l’ingenuo imbroglio.
Ad un altro veniva ordinato di andare in casa e farsi dare al “netaurécie” (nettaorecchie) strumento inutile e quindi inesistente. La rasdura capiva al volo e in un sacco metteva una grossa pietra da portare agli uomini. Era una bella fatica mal compensata oltretutto dalla ilarità generale.
Ad un altro ancora veniva chiesto di andare in bicicletta da amici ai quali era stata prestata, a prendere la “squadra tonda”, altro attrezzo assolutamente immaginario (poteva una squadra essere tonda ?). Il ragazzo, fiero dell’incarico, si sentiva importante, pedalava energicamente ma giunto sul posto gli dicevano di andare da un’altra famiglia, nella corte vicina, perché era stata portata là. Le pedalate si moltiplicavano finchè l’ultima rasdura, mossa a compassione, lo rimandava a casa.
Quando si insaccava c’era sempre qualche fanciulla che assisteva alle operazioni. Alla più vezzosetta di queste, il masalin con tono bonario ma autorevole, chiedeva di andare in casa a prendere un ago con del filo bianco. Ci voleva molto meno per accendere la curiosità della ragazzuola: “Par far cusa ?” chiedeva con voce flautata. “Par cùsega al bus dal cül” era la risposta maligna ed immediata.
Sbigottimento generale, silenzio improvviso, visi paonazzi per dissimulare l’ilarità, poi una risata fragorosa, alla quale partecipavano tutti, concludeva la beffa.
Renato Burato - Fossato
Accademia Gonzaghesca degli Scalchi