I vini mantovani
Fino a pochi anni fa i turisti rappresentavano una classe particolare, piuttosto elitaria, poco dedita all’avventura, animata dalla volontà di allargare le proprie conoscenze nelle materie umanistiche ed in particolare nella storia e nell’arte. Poi, con il progredire degli studi sociologici, l’orizzonte culturale si è ampliato all’ambiente, nelle sue varie manifestazioni, ed ha preteso giustamente la sua parte. Oggi non si può visitare una città, un paese o un territorio senza includere la conoscenza diretta della cucina locale.La terra mantovana in questa nuova e più ampia accezione del turismo, gode di favori rilevanti. Gli avvenimenti di un passato glorioso e le opere insigni che custodisce le offrono da sempre materia altamente significativa ma, nel loro campo, si intende, i mangiari tradizionali non sono certamente da meno.
Purtroppo però mentre si assiste ad una promozione costante di prodotti di assoluta e consolidata valenza quali riso, formaggio e salumi, e ad una lodevole riscoperta di certi piatti di antica frequentazione (con la creazione di specifiche confraternite come per il risòt menà o i capunsei), non c’è, a mio parere, la dovuta attenzione verso i nostri vini.
La produzione enologica mantovana, stretta tra quella veronese e quella bresciana che sono da secoli riconosciute come eccellenti, non appare aver superato definitivamente un antico complesso di inferiorità. È un peccato perché essa è molto adatta a pratiche enologiche di rango elevato nei terreni argillosi della bassa, vicina al Po, ed in quelli mediamente sassosi dell’alto mantovano. A sud il lambrusco cresce generoso e con caratteri organolettici di grande pregio, a nord grazie anche all’opera meritoria della Cantina sociale dei colli, abbiamo del Cabernet e del Merlot nonché i bianchi del Pinot e dello Chardonnay semplicemente ottimi anche per via del dolce clima che vi giunge dal vicino lago di Garda.
Le aziende sono belle, con i terreni curati come giardini, tecnologicamente avanzate, dirette da vignaioli sempre più preparati e tuttavia il vino mantovano non ha ancora raggiunto quella visibilità che certamente merita. Il ritrovarsi inseriti tra due province di grande tradizione, come dicevo, ci ha un poco mortificati, ci siamo sentiti come i vasi di coccio. Ma è tempo di ritrovare totalmente la nostra individualità e molti agricoltori infatti hanno già mostrato l’orgoglio e la forza di imporsi con attenzione e rispetto in un campo ampio e difficile.
Per fortuna qualcosa si muove: le DOC cambiano e nella loro concezione tecnica si staccano sempre più dai disciplinari del lago di Garda per orientarsi con sempre maggiore impegno verso i caratteri precipui della schietta mantovanità.
Nella bassa intanto appaiono sostanziali cambiamenti. Non c’è più, per fortuna, un unico disciplinare ma sta facendosi strada una distinzione netta tra gli incroci Ruberti presenti in quantità in quelle zone e la uve proprie del territorio di Viadana – Sabbioneta. Ciò porterà alla formazione di lambruschi più aderenti alla natura delle rispettive aree e perciò stesso nettamenti diversi, con meno confusione e più gusto.
Si avvicina il Natale e le bollicine sono di prammatica. Al posto di tanti vini sconosciuti, dalle etichette balzane e di pura immagine, consiglierei delle buone bottiglie di casa nostra. Nelle colline moreniche ci sono vignaioli seri e provveduti che consentono di fare ottima figura sia nel corso del pranzo o del cenone - ma con il cotechino è d’obbligo il lambrusco, neh - sia nel festoso momento finale con spumanti (buoni anche per tutto pasto) e passiti. La carta è ampia, adatta per ogni sensibilità. Oggi bere mantovano non è più un dovere patriottico ma una scelta intelligente e razionale.
Mauro Cominotti - Casalmoro
Accademia Gonzaghesca degli Scalchi
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