Scüdèle e tulipani
Come si beve il vino ? La domanda sembra oziosa ma non è così. Grazie alla fertile fantasia dei nostri operatori è da una ventina d’anni circa che si è andata affermando una disdicevole consuetudine che offende la tradizione. Intendo riferirmi più che ai vini - che per tanti motivi non sono più quelli (un amen doloroso) - ai contenitori.
Ricordo benissimo che, quando ero bambino, nelle case di stretta osservanza contadina il vino spillato direttamente dalla botte, semplice, modesto fin che si vuole ma di una fragranza assoluta, ricco di effluvi tannici e vero inno alla schiettezza, veniva portato sulla tavola in fiaschi o in bottiglioni e poi versato dai più anziani commensali nelle rispettive scüdele. Le labbra lambivano soavemente l’orlo, affondavano nella tremula onda rossastra, il naso aveva il suo bravo spazio per assaporarne i profumi ed il tutto dava soddisfazione al naturale meccanismo manducatorio.
Ora è diverso. Le antiche osterie, cordiali stazioni di sosta per consolazioni rapide e vigorose, adesso ficcano davanti al nome una acca (hostarie), si mettono in ghingheri ed al cliente sorpreso ed imbarazzato che, al banco, sommessamente chiede un piculìn, presentano dei calici di vetro, con due dita si e no di vno che traballano con tristezza sul fondo di un bicchiere enorme.
Questo arnese alto quasi due spanne, dal gambo tanto esile da indurre pericolosi equilibrismi, si
chiama “tulipano”. A tavola poi, anche nei più misurati ristoranti, non mettono uno o due di questi tulipani ma ce n’è tutta una sfilza (per vino, per acqua, per spumante, per liquori ecc.) che formano una meticolosa barriera di vetro la quale impedisce la vista di chi ti sta di fronte, ti obbliga ad allungare il collo per vedere e ad alzare la voce per farti sentire.
“È per cogliere tutti sentori” informano i sommeliers nostrani, intimamente compiaciuti di tanta perfezione. Con saccenza bevono un sorso, lo fanno giocare in bocca, alzano gli occhi al cielo e quindi si lanciano in entusiastiche descrizioni di bouquets di viola mammola, di bergamotto siciliano (ma non quello lì, quello là), di marasche, di pimenti orientali e di aromi di bosco. I lamponi ed i mirtilli sono i profumi che vanno per la maggiore..
Sono d’accordo che la scodella ha ormai il destino segnato e che è ammissibile che compaia soltanto in rievocazioni medioevali o in merende da confraternita per il lunedì di Pasqua su un’aia ospitale, ma credo che siamo ormai passati da un eccesso ad un altro.
Perché non utilizzare, per il vino, un fedele bicchierotto, dal gambo corto e spesso, di facile presa, di capienza morigerata ma non quaresimale, un gotto insomma che possa essere tranquillamente riempito per due terzi ed anche più (livello necessario per stimolare festose aspettative) come si faceva un tempo ?
Macchè, in un mondo spasmodicamente portato alle continue esasperazioni, la giusta via di mezzo non può esistere. Sotto l’imperativo del noblesse oblige, la patriarcale scüdela – strumento di delizia per uomini dabbene ed eziandio provveduti – è stata eliminata. Svelti di mano i soloni del bere l’hanno rifilata nel dimenticatoio ed al suo posto hanno messo questi inquietanti tulipani.
Si riafferma, ancora una volta, il provincialismo, il kitsch, il pendolarismo della moda, tanto caro a noi italiani: prima mettiamo la barra tutta da una parte e poco dopo tutta da un’altra, alla affannosa ricerca di novità, con labili giustificazioni ma novità, modestamente utili se non addirittura dannose ma novità.
Dar da bere agli assetati è un fondamentale precetto evangelico, farlo piamente con la scüdela è un atto d’amore verso il prossimo che soffre..
Andrea De Battisti - Goito
Accademia Gonzaghesca degli Scalchi