“Trattoria DEI COLLI”, dal 1802

L’anfiteatro del Garda è da sempre una ricca geografia di luoghi dove il palato trova ristoro e consolazione, dove il “nettare degli dei” prodotto nelle colline dell’alto mantovano, si abbina perfettamente ai piaceri della tavola che le numerose trattorie offrono non solo agli affezionati avventori ma anche ai numerosi turisti di passaggio.
A Olfino di Monzambano, appena fuori dalla provinciale, c’è un raro, commovente reperto di archeologia cucinaria: la “Trattoria dei Colli”.
Da una singolare indagine promossa dall’Amministrazione comunale di Monzambano, questo locale nasce addirittura nel 1802 e da allora ha sempre svolto, di generazione in generazione, la sua commendevole funzione di dar da bere agli assetati e di consolare gli affamati. Più di due secoli dunque al servizio della ristorazione di tipo casalingo, senza cedimenti riprovevoli alle mode paseggere e aberranti, guidata da un decennio all’altro dalla rigorosa osservanza della più stretta cucina mantovana.

La lunga vita di questo piccolo ambiente, concede ampi spazi alla fantasia: inizialmente avrà soccorso i contadini locali sfiniti dal duro lavoro dei campi, avrà ringagliardito i conducenti di carriaggi e boarìe con trippe e boccali di rosso, si sarà trovato in mezzo alle schioppettate della battaglia di Solferino con servizio di polenta e gras pistà, avrà accolto i signori di Mantova che con la littorina venivano alla domenica e nelle altre feste comandate a mangiare il “polastrel”, per arrivare sino ai giorni nostri, sempre pronto a soddisfare le legittime aspettative di chi non vuole farsi travolgere dalle gore dei fast food.

Ed è proprio questo l’aspetto più importante ed univoco della passione dei suoi gestori: i piatti hanno sempre mantenuto e tuttora mantengono, la genuinità, la squisitezza, la prelibatezza e soprattutto i caratteri tradizionali della cucina della morena mantovana. Un ringraziamento particolare va allora alla benemerita famiglia Stefanoni, titolare dell’ambiente ed al capostipite Giovanni.

Ovviamente il succedersi delle generazioni ha portato qualche cambiamento dettato certamente anche da inevitabili adeguamenti commerciali, ma questi non hanno mai assunto i caratteri dello stravolgimento. Sono sempre stati limitati, modesti, intesi principalmente a soddisfare il cliente alla ricerca non della suggestione dell’immagine ma della concreta bontà gastronomica.

Adesso c’è Gino che officia ai fornelli assistito dalla mamma Nella e con l’indispensabile aiuto della moglie Alessandra in sala. Propone menù che - sottolinea con giusto orgoglio - non hanno niente della produzione industriale, poco che venga dagli scaffali di qualche supermercato ma certamente nulla che sia calato furtivamente dai furgoni di un catering.
Nella lista non manca il devoto omaggio ai mangiari di una volta con i capunsèi (ricetta che sta riscoprendo una nuova giovinezza), ma ci sono anche i “bigoli con cinghiale” per non dimenticare i giovani che si trovano a mal partito con le tradizionalissime sardelle. 
                                                                                              

Luca Ghizzi - Cerlongo
                                                                      
Accademia Gonzaghesca degli Scalchi

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