<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<!-- generator="wordpress/2.3.2" -->
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	>

<channel>
	<title>Accademia Gonzaghesca Degli Scalchi</title>
	<link>http://www.accademiadegliscalchi.org</link>
	<description></description>
	<pubDate>Sun, 06 Apr 2008 15:55:43 +0000</pubDate>
	<generator>http://wordpress.org/?v=2.3.2</generator>
	<language>en</language>
			<item>
		<title>Corso di degustazione salumi</title>
		<link>http://www.accademiadegliscalchi.org/2008/04/06/33/</link>
		<comments>http://www.accademiadegliscalchi.org/2008/04/06/33/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 06 Apr 2008 15:50:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Eventi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.accademiadegliscalchi.org/2008/04/06/33/</guid>
		<description><![CDATA[                                                                  Comune di Goito 
Accademia Gonzaghesca degli Scalchi
 CORSO  AMATORIALE DI 
 DEGUSTAZIONE SALUMI
in collaborazione con Ass.culturale &#8220;Filòs  cerlonghino&#8221; e  Circolo Castello

PROGRAMMA E ARGOMENTI DELLE LEZIONI:

             • 1° lezione: lunedi 21 ore 21.00 ANALISI SENSORIALE: fisiologia degli organi di senso, analisi qualitativa e quantitativa, schede, panel test.

             • 2° lezione: martedi 22 ore 21.00 IL SUINO: dall&#8217;allevamento [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><span style="font-size: 10pt"><font face="Times New Roman"><o:p></o:p></font></span></strong><strong><span><span><font face="Times New Roman">                                                                  <strong>Comune di Goito</strong></font></span></span></strong><strong><span><span></span></span></strong><strong><span><span> </span></span></strong><strong><span><span></span></span></strong><strong><span><span></span></span></strong><strong><span><span></span></span></strong><strong><span><span></p>
<h3 align="center">Accademia Gonzaghesca degli Scalchi</h3>
<h1 align="center"><font color="#339966"> CORSO  AMATORIALE DI </font></h1>
<h1 align="center"><font color="#339966"> DEGUSTAZIONE SALUMI</font></h1>
<h5 align="center">in collaborazione con Ass.culturale &#8220;Filòs  cerlonghino&#8221; e  Circolo Castello</h5>
<p><font face="Times New Roman"></p>
<p align="center"><strong>PROGRAMMA E ARGOMENTI DELLE LEZIONI:</strong></p>
<p></font><br />
<address>             • 1° lezione: lunedi 21 ore 21.00 <strong><font color="#993366">ANALISI SENSORIALE</font></strong>: fisiologia degli organi di senso, analisi qualitativa e quantitativa, schede, panel test.<br />
</address>
<address>             • 2° lezione: martedi 22 ore 21.00 <font color="#993366"><strong>IL SUINO</strong></font>: dall&#8217;allevamento alla macellazione; il suino da agricoltura biologica. Le razze autoctone e materie prime per la produzione dei salumi caratteristiche chimiche, fisiche e microbiologiche.<br />
</address>
<address>            • 3° lezione mercoledi 23 ore 21.00 <font color="#993366"><strong>LE VARIE CATEGORIE DI SALUMI</strong></font>: cotti, crudi, affumicati. I prodotti da agricoltura biologica.  Salumi DOP-IGP-ST, tracciabilità ed etichettatura.<br />
</address>
<address>            • 4° lezione domenica 27 ore 10,00    consegna attestati  -  rinfresco</address>
<p><font face="Times New Roman"><strong>AL TERMINE DI OGNI LEZIONE SONO PREVISTE DEGUSTAZIONI GUIDATE DEI PRINCIPALI PRODOTTI DI SALUMERIA</strong></font></p>
<p><font face="Times New Roman"><em><strong>Prima serata: Prosciutto crudo DOP, Coppa DOP, Speck IGP, Lardo di Colonnata IGP.</strong></em></font><font face="Times New Roman"> </font><font face="Times New Roman"><em><strong>Seconda serata: Salame Strolghino, Salame mantovano, Spianata calabra, Lardo d&#8217;Arnaz DOP</strong></em></font><font face="Times New Roman"><em><strong>Terza serata: Mortadella IGP, Prosciutto Cotto, Spalla Cotta di S/Secondo, Lardo Asburgico</strong></em></font><font face="Times New Roman"></p>
<p align="center"><strong> <em>Sede del Corso: CERLONGO - Sala delle Conferenze del Castello dell&#8217;Incoronata</em></strong></p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p align="center"><strong>COSTO DEL CORSO : € 30</strong></p>
<p align="center"><strong>(per gli accademici in regola con la quota 2008 e i cittadini residenti nel comune di Goito € 20)</strong></p>
<p align="center"><strong>numero minimo 25 iscritti - numero massimo 40 iscritti</strong></p>
<p align="center"><strong>È previsto il rilascio di </strong></p>
<p></font></p>
<h2 align="center"><font color="#339966">ATTESTATO  DI  DEGUSTATORE</font></h2>
<h4 align="center">Direttore corso: Dott.ssa Chiara Vareschi</h4>
<p><font face="Times New Roman"></p>
<p align="center"><strong>INFORMAZIONI ED ISCRIZIONI<br />
presso Coordinatore Elio Marini, Segretario della Accademia Gonzaghesca degli Scalchi <br />
Tel.   333 / 3278431   -   e-mail:  <a href="mailto:antiche.colonie@libero.it">antiche.colonie@libero.it</a></strong></p>
<p align="center">&nbsp;</p>
<p> </font></span><o:p></o:p></span></strong></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.accademiadegliscalchi.org/2008/04/06/33/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>Convocazione Assemblea e Corso di degustazione salumi</title>
		<link>http://www.accademiadegliscalchi.org/2008/04/06/convocazione-assemblea-e-corso-di-degustazione-salumi/</link>
		<comments>http://www.accademiadegliscalchi.org/2008/04/06/convocazione-assemblea-e-corso-di-degustazione-salumi/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 06 Apr 2008 15:28:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Eventi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.accademiadegliscalchi.org/2008/04/06/convocazione-assemblea-e-corso-di-degustazione-salumi/</guid>
		<description><![CDATA[Accademia Gonzaghesca degli Scalchi Segreteria via Francesca 88/a – Rivalta S/Mincio (MN) tel. 0376/ / 653688 - 333 / 3278431
Ai signori Accademici
OGGETTO: invito alla Assemblea annuale ed al Corso di degustatore salumi. 
I Signori Accademici sono invitati alla ASSEMBLEA ANNUALE della Associazione che si terrà VENERDI 18 aprile alle ore 21.00 presso il Castello di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Accademia Gonzaghesca degli Scalchi Segreteria via Francesca 88/a – Rivalta S/Mincio (MN) tel. 0376/ / 653688 - 333 / 3278431</p>
<p align="right">Ai signori Accademici</p>
<p><strong>OGGETTO: invito alla Assemblea annuale ed al Corso di degustatore salumi. </strong></p>
<p>I Signori Accademici sono invitati alla <strong>ASSEMBLEA ANNUALE</strong> della Associazione che si terrà VENERDI 18 aprile alle ore 21.00 presso il Castello di Cerlongo Dato lo scopo dell’incontro, essenzialmente informativo circa la attività svolta, è possibile estendere l’invito ad altre persone (amici, simpatizzanti ecc.) sinceramente interessati al nostro impegno a favore della Cucina tradizionale mantovana.</p>
<p>A margine della Assemblea la Latteria agricola di Marmirolo presenterà alcuni dei migliori formaggi della sua eccezionale produzione.</p>
<p>Si coglie l’occasione per ricordare a tutti che <strong>nelle serate di lunedi 21, martedi 22, mercoledi 23, si terrà il “Corso di degustatore salumi”</strong> diretto dalla Dott. CHIARA VARESCHI.<br />
Esso si svolgerà nella sede del Castello di Cerlongo con inizio alle ore 21.00 e si concluderà domenica mattina 27 aprile, alle ore 10.00 con la consegna dei diplomi, il saluto delle Autorità ed un elevato saggio di “risòt menà” officiato dal nostro Maestro Virgilio Antonioli, massimo facitore del piatto.<br />
Per ulteriori notizie sul corso stesso si prega di collegarsi al nostro sito internet <a href="http://www.accademiadegliscalchi.org/">www.accademiadegliscalchi.org</a>. Cordiali saluti.</p>
<p>IL SEGRETARIO (Elio Marini)</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.accademiadegliscalchi.org/2008/04/06/convocazione-assemblea-e-corso-di-degustazione-salumi/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>Risotto con il pesce gatto</title>
		<link>http://www.accademiadegliscalchi.org/2008/01/17/risotto-con-il-pesce-gatto/</link>
		<comments>http://www.accademiadegliscalchi.org/2008/01/17/risotto-con-il-pesce-gatto/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 16 Jan 2008 23:48:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Le nostre ricette]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.accademiadegliscalchi.org/2008/01/17/risotto-con-il-pesce-gatto/</guid>
		<description><![CDATA[Le preparazioni a base di pesce sono molto frequenti dalle nostre parti. La provincia mantovana della sinistra Mincio da cui proviene questa ricetta, è solcata infatti da importanti fiumi, canali, seriole e dugali – senza dimenticare laghetti e risaie - che, nel tempo, hanno fornito materia per ricette di acqua di una certa importanza. Questo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><font face="Comic Sans MS">Le preparazioni a base di pesce sono molto frequenti dalle nostre parti. La provincia mantovana della sinistra Mincio da cui proviene questa ricetta, è solcata infatti da importanti fiumi, canali, seriole e dugali – senza dimenticare laghetti e risaie - che, nel tempo, hanno fornito materia per ricette di acqua di una certa importanza. Questo risotto con il pesce gatto è semplice e risente della ambizione culinaria di una famiglia povera ma non priva di attenzione per il cibo.</font></p>
<p><font face="Comic Sans MS">Mia nonna usava una vecchia scatola di latta per misurare il giusto rapporto tra riso ed acqua. Non sbagliava un colpo.</font><font face="Comic Sans MS"></p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">Per 6 persone: 6 etti di riso vialone nano mantovano, 12 bei pesci gatto dalla pancia dorata, 2 etti di sardelle (non acciughe, troppo care) sotto sale nettate sotto acqua corrente e spinate, olio extravergine di oliva abbondante, sale e pepe, un poco di buccia di limone grattugiata, un bel ciuffo di prezzemolo lavato e tritato, un pizzico generoso di spezie.</p>
<p align="justify">Sbuzzare e pulire i pesci. Si può levare la testa ma la signora Flavia precisa che “la sua nonna le teneva perche il pesce era bello così”. Lessarli in acqua leggermente salata per circa 10 minuti e poi sistemarli in una pirofila o in un piatto. Non buttare l’acqua perché servirà per la cottura del riso. L’acqua va salata pochissimo perché nel condimento ci sono le acciughe ed anche per l’entrata finale, da protagonista, del grana.</p>
<p align="justify">Coprire i pesci gatto con una salsina fatta con le sardelle sciolte in olio abbondante e poi cospargere con un trito leggero e finissimo di aglio al quale si aggiunge buccia di limone grattugiata senza nulla della parte bianca che è amarissima, una presa di spezie ed il prezzemolo tritatissimo. Coprire e lasciar passare due ore, cioè il tempo necessario affinchè il pesce assorba tuitti gli aromi. Sarebbe bene tenere il pesce al caldo affinchè si impregni meglio dei profumi del condimento.</p>
<p align="justify">Cuocere il riso nell’acqua tenuta da parte. Il rapporto, in volume, tra questo e l’acqua è circa di 1 : 1,5. Quando è cotto condirlo con il sughetto che si sarà formato nella pirofila del pesce (se del caso aggiungere poco burro), sistemare nelle fondine e guarnire con due pesci gatto posti sopra ciascuna di esse.</p>
<p align="justify">Formaggio ? Certamente si, con generosità, seconda la tradizione mantovana che vuole il grana dappertutto, con appena un piccolo dubbio su fragole e gelato.</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p></font><strong><font size="4" face="Comic Sans MS"></p>
<p align="justify"><font size="4"><font face="Times New Roman">Flavia Marcomini Nicolis - Stradella</font></font></p>
<p></font></strong></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.accademiadegliscalchi.org/2008/01/17/risotto-con-il-pesce-gatto/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>Luccio in salsa alla pozzolese</title>
		<link>http://www.accademiadegliscalchi.org/2008/01/17/luccio-in-salsa-alla-pozzolese/</link>
		<comments>http://www.accademiadegliscalchi.org/2008/01/17/luccio-in-salsa-alla-pozzolese/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 16 Jan 2008 23:44:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Le nostre ricette]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.accademiadegliscalchi.org/2008/01/17/luccio-in-salsa-alla-pozzolese/</guid>
		<description><![CDATA[La preparazione che propongo l’ho ricavata da una piacevole esperienza gastronomica in casa del grande amico prof. Enzo Cobelli, cerlonghino nature, scomparso da poco.
Il luccio in salsa che ebbi la fortuna di gustare dal Cobelli parecchi anni fa, era stato preparato dalla suocera, signora Ines Boccola, originaria di Pozzolo dove aveva “ambiente”, locuzione caratteristica nella [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><font face="Comic Sans MS">La preparazione che propongo l’ho ricavata da una piacevole esperienza gastronomica in casa del grande amico prof. Enzo Cobelli, cerlonghino <em>nature</em>, scomparso da poco.</font></p>
<p align="justify"><font face="Comic Sans MS">Il luccio in salsa che ebbi la fortuna di gustare dal Cobelli parecchi anni fa, era stato preparato dalla suocera, signora Ines Boccola, originaria di Pozzolo dove aveva “ambiente”, locuzione caratteristica nella zona per indicare un’osteria con annesso servizio di ristorazione modesta e quasi occasionale. </font></p>
<p align="justify"><font face="Comic Sans MS">La signora Boccola cucinava il luccio con una salsa tipica, di origini ottocentesche. Tale guazzetto infatti trovava e trova il suo splendido accompagnamento con il luccio del Mincio, ma ben si adatta anche a qualsiasi altro tipo di pesce dalle carni delicate come, per esempio, la trota. </font></p>
<p align="justify"><font face="Comic Sans MS">Il mio è un doveroso omaggio ad una autentica signora, minuta e semplice, che aveva il culto della cucina. La nostra Ines è scomparsa all’età di 83 anni, a Cerlongo, in casa Cobelli.</font></p>
<p><font size="4" face="Comic Sans MS"></p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p></font><strong><font face="Comic Sans MS"></p>
<p align="justify">Ingredienti:</p>
<p align="justify">Uno o due lucci freschisimi per un peso complessivo di circa un chilogrammo, i filetti di quattro o cinque acciughe sotto sale, ben nettati e ridotti in poltiglia sul tagliere con un coltello. Mezzo bicchierotto di olio extravergine di oliva e mezzo di olio di semi (preferire quello di arachide), qualche cucchiaio di buon aceto rosso di campagna, un trito finissimo fatto con due spicchi di aglio piccoli o uno grosso e un mazzetto di prezzemolo fresco, lavato, mondato e privato dei gambi. Due o tre pizzicate di pepe.</p>
<p align="justify">Per il <em>cort-bouillon</em>: sale, acqua, il succo di un limone, uno spicchio di aglio, cipolla, carota e sedano a tocchi, due foglie di lauro, un bicchiere di vino bianco secco.</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p><strong></p>
<p align="justify">Esecuzione:</p>
<p></strong></p>
<p align="justify">I tempi, stabiliti con pedantesca precisione, vanno rispettati. Con gli ingredienti indicati fare il brodo a fiamma moderata. Bastano venti minuti. Poi immergere il luccio e far cuocere per 15-20 minuti circa a fuoco basso (deve sobbollire appena, altrimenti si rompe). Verso la fine spremere il limone sul luccio per dargli consistenza. Trascorso il tempo prescritto spegnere il fuoco e tenere il pesce nel suo liquido per circa 10 minuti affinché assorba gli aromi; quindi spolparlo.</p>
<p align="justify">Raccogliere i filetti in un piatto da portata e dare un giro di pepe. In un tegame scaldare i due oli, unire le acciughe, scioglierle tramenando delicatamente ed evitando che prendano bollore (assumerebbero un sapore acre) e poi versare l’aceto. Tenere su fiamma ardita per mezzo minuto per eliminare il fortore dell’aceto ed unire quindi il trito di prezzemolo ed aglio. Spegnere dopo un ultimo minuto di cottura. Versare delicatamente sui filetti di luccio aiutandosi con un cucchiaio.</p>
<p align="justify">Questo piatto deve assolutamente riposare al fresco per almeno mezza giornata. Servire con polenta abbrustolita.</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify"><strong><font size="4"><font face="Times New Roman">Sante Bardini - Cerlongo</font></font></strong></p>
<p></font></strong></p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.accademiadegliscalchi.org/2008/01/17/luccio-in-salsa-alla-pozzolese/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>Agnoli di Torre di Goito (della famiglia Pachera)</title>
		<link>http://www.accademiadegliscalchi.org/2008/01/17/agnoli-di-torre-di-goito-della-famiglia-pachera/</link>
		<comments>http://www.accademiadegliscalchi.org/2008/01/17/agnoli-di-torre-di-goito-della-famiglia-pachera/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 16 Jan 2008 23:42:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Le nostre ricette]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.accademiadegliscalchi.org/2008/01/17/agnoli-di-torre-di-goito-della-famiglia-pachera/</guid>
		<description><![CDATA[Per gli agnoli non occorrono mezze misure. Quando si fanno si fanno.

Preparare la sfoglia al solito modo, passarla tra i cilindri allo spessore minimo e ridurla a quadratini di circa cinque cm. di lato.
Ripieno. In una pentola capace dai bordi alti mettere, tutto a freddo, 6 etti di petto di pollo ruspante, 6 etti di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><font size="2" face="Comic Sans MS">Per gli agnoli non occorrono mezze misure. Quando si fanno si fanno.</font></p>
<p><font face="Comic Sans MS"></p>
<p align="justify">Preparare la sfoglia al solito modo, passarla tra i cilindri allo spessore minimo e ridurla a quadratini di circa cinque cm. di lato.</p>
<p align="justify">Ripieno. In una pentola capace dai bordi alti mettere, tutto a freddo, 6 etti di petto di pollo ruspante, 6 etti di salamella mantovana, 6 etti di bella lonza di maiale, 4 etti di polpa di vitellone, 3 fette di pancetta di maiale fresca, tesa, privata della cotenna, 1 carota, 1 costa di sedano, 1 dado di carne, sale e pepe. Unire un poco di acqua all’inizio per evitare che bruci e cuocere a fiamma bassissima e coperto per almeno due ore.</p>
<p align="justify">Togliere sedano e carota e poi tritare il tutto con la falcetta. Può andare anche il mixer senza però portare il pesto alla omogeneizzazione.</p>
<p align="justify">Versare il tutto in una zuppiera, di quelle panciute e maestose di una volta, Unire 2 etti di pane grattugiato a mano, scottato un poco nel saporoso fondo di cottura, 4 etti di parmigiano reggiano grattugiato, 3-4 uova intere e mescolare sapientemente. Aggiustare di sale e pepe. Noce moscata ? La risposta sarebbe no ma si potrebbe rispondere anche affermativamente se essa è apprezzata dalla famiglia..</p>
<p align="justify">Fare riposare una notte affinchè si amalgami bene. Distribuire sui quadretti di sfoglia e chiudere alla mantovana vale a dire a cappello d’alpino.</p>
<p align="justify">Cuocere in brodo di livello superiore.</p>
<p></font><font face="Alison"></p>
<p align="justify"><strong><font size="4">Vilma Pachera – Torre di Goito</font></strong></p>
<p></font><font size="7" face="Alison"></p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p></font></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.accademiadegliscalchi.org/2008/01/17/agnoli-di-torre-di-goito-della-famiglia-pachera/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>Sugol cun la crepada</title>
		<link>http://www.accademiadegliscalchi.org/2008/01/17/sugol-cun-la-crepada/</link>
		<comments>http://www.accademiadegliscalchi.org/2008/01/17/sugol-cun-la-crepada/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 16 Jan 2008 23:29:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Le nostre ricette]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.accademiadegliscalchi.org/2008/01/17/sugol-cun-la-crepada/</guid>
		<description><![CDATA[
Il sugolo è una crema di mosto molto conosciuta nel mantovano. Se ben confezionata si presenta soda, vellutata, con un bellissimo colore violaceo, dal gusto intenso, particolare e leggermente asprigno.
Il nome crepada non deriva, come universalmente si ritiene, dalle crepe che si formano sulla superficie dopo appena qualche giorno dalla cottura, ma dal chicco che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><dir><dir><dir><dir><font face="Comic Sans MS"></p>
<p align="left">Il <em>sugolo</em> è una crema di mosto molto conosciuta nel mantovano. Se ben confezionata si presenta soda, vellutata, con un bellissimo colore violaceo, dal gusto intenso, particolare e leggermente asprigno.</p>
<p align="left">Il nome <em>crepada</em> non deriva, come universalmente si ritiene, dalle crepe che si formano sulla superficie dopo appena qualche giorno dalla cottura, ma dal chicco che viene cotto sino a quando la buccia non si fende, non si squarcia, non si crepa appunto.</p>
<p align="left">Per la migliore riuscita del piatto occorrerebbe dell’uva fragola ma si possono ottenere risultati equivalenti anche con altri tipi di uve purchè molto dolci e non trattate con diavolerie chimiche.</p>
<p align="left">&nbsp;</p>
<p align="left">Staccare i chicchi dal raspo, sistemarli in una pentola e portare a cotura, a fiamma normale, sino a che non si rompono. Questa operazione consente di estrarre le sostanze tanniche che si trovano nella buccia e che daranno il gusto e la colorazione tipica al piatto. Spremerli bene con le mani, aiutandosi magari con un colapasta o un setaccio, stando bene attenti che nessun seme entri nel liquido. Unire poi, stemperando bene con una frusta, 1 etto di farina bianca doppio zero per litro di mosto. Niente zucchero perchè è già sufficiente quello dell’uva stessa se vendemmiata verso la fine di ottobre. Per essere assolutamente certi che non ci siano grumi, sarebbe bene passarla al setaccio.</p>
<p align="left">Porre sul fuoco menando continuamente. Dopo esattamente cinque minuti dalla ebollizione, spegnere e versare in zuppierette secondo il numero dei componenti della famiglia in modo che poi, al momento del consumo, non residui nulla.</p>
<p align="left">Va mangiata assolutamente fredda. Si può conservare in frigorifero anche per un mese. In questo caso, prima di servirla, basta togliere la muffa che si sarà certamente formata in superficie chè non è segno di deterioramento della crema ma indice di genuinità. Parimenti non ci si deve preoccupare di eventuali granelli che si dovessero avvertire alla manducazione in quanto dovuti alla naturale agglomerazione degli zuccheri.</p>
<p align="left">&nbsp;</p>
<p><strong></p>
<p align="left"><font size="4"><font face="Times New Roman">Fausto Artioli - Castellucchio</font></font></p>
<p></strong></font></dir></dir></dir></dir></p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.accademiadegliscalchi.org/2008/01/17/sugol-cun-la-crepada/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>&#8220;Risòt Menà&#8221; di Sante Bardini</title>
		<link>http://www.accademiadegliscalchi.org/2008/01/16/risot-mena-di-sante-bardini/</link>
		<comments>http://www.accademiadegliscalchi.org/2008/01/16/risot-mena-di-sante-bardini/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 16 Jan 2008 21:39:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[I nostri libri]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.accademiadegliscalchi.org/?p=25</guid>
		<description><![CDATA[&#160;
La minaccia dei cibi transgenici, il sorgere dei fast-foods, la comparsa sui mercati di prodotti industriali e forestieri, ha generato una sorprendente reazione - non priva di più sottili ed inconscie renitenze interiori - da parte di coloro che non vogliono perdere, allo stesso tempo, il piacere del gusto e la propria identità. Sarebbe certamente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">La minaccia dei cibi transgenici, il sorgere dei <em>fast-foods</em>, la comparsa sui mercati di prodotti industriali e forestieri, ha generato una sorprendente reazione - non priva di più sottili ed inconscie renitenze interiori - da parte di coloro che non vogliono perdere, allo stesso tempo, il piacere del gusto e la propria identità. Sarebbe certamente interessante analizzare minutamente le motivazioni profonde di questo lodevole fenomeno di ripulsa di tali vivande vicarie, ma onestamente devo dire che manco degli strumenti necessari per un’indagine di carattere sociologico: andrei al di là dei limiti che mi sono culturalmente consentiti.</p>
<p align="justify">Posso dire tuttavia che la approvo profondamente. In essa trovo la giusta, insopprimibile ribellione dell’uomo che si vede insidiato nelle sue connotazioni più autentiche, che teme di perdere la parte più segreta di se stesso, che non vuole rinunciare a quel misterioso cordone ombelicale che lo lega intimamente alle proprie radici. Anche in questo si coglie come la coscienza popolare sia depositaria di un’antica e sotterranea sapienza che le consente di accostarsi ad ogni novità con approcci provvidenzialmente cauti.</p>
<p align="justify">Io vivo con molta partecipazione tutto quanto si rivolge alla mia terra e che mi riporta ad un tempo passato - ricco di princìpi, di impegno, di rispetto e di vera solidarietà - che vedo quotidianamente compromesso da una globalizzazione più attenta ai registri della economia che responsabile verso le necessità della gente.</p>
<p align="justify">Avevo cominciato raccogliendo appunti per un opuscolo sul <em>risòt</em> <em>menà</em>, che è il piatto per eccellenza del contado mantovano prossimo alle colline moreniche. Volevo offrire la possibilità di analizzarlo nelle sue varianti, con un linguaggio divertito per non tediare ma anche con un pizzico di civetteria scientifica. Era mia intenzione infatti non riportarne la solita, unica ricetta come fanno quasi tutti i cultori di cucina che privilegiano l’aspetto gastronomico a scapito di quello più strettamente culturale. Ritenevo opportuno non privare il lettore almeno del tentativo di un qualche approndimento in merito, ed è con questo spirito che ho frugato nella nostra più schietta tradizione.</p>
<p align="justify">Mi auguro di essere riuscito a far capire come la stessa formula di base del <em>risòt</em> <em>menà</em>, possa cambiare ed adattarsi, con sorprendente vitalità, alle varie aree nelle quali si diffonde e dalle quali recepisce singolari influenze. In ognuna di queste zone infatti - ma forse sarebbe più corretto precisare in ogni famiglia delle medesime - c’è una diversa osservanza, si segue cioè una propria maniera per la sua preparazione. Le differenze sono minime, ovviamente, si riferiscono a dettagli ma mi sembrava interessante farlo rilevare.</p>
<p align="justify">Man mano che procedevo nei miei incontri con gli informatori, mi accorgevo però che sarebbe stato assolutamente colpevole non fissare i tanti ricordi che si legavano alla descrizione della ricetta stessa. Questa, se presa a sè stante, aveva valore di mero documento ma se collocata nell’ambito più ampio dei tempi andati assumeva connotazioni diverse, più complete, diventando testimonianza ed in molti casi rimpianto, nostalgìa.</p>
<p align="justify">Avvertivo inoltre che in tutte queste persone era cordiale ed intenso il desiderio di donarmi - il verbo è fedele - altre ricette di altri piatti che l’esperienza e l’amore avevano rifinito sino alla perfezione e che percepivano ormai come un bene di famiglia. Era la volontà di partecipare al prossimo una conquista, c’era la gioia ingenua di condividere una utilità, affiorava insomma anche per questa via il senso comune della solidarietà.</p>
<p align="justify">Non solo. Procedendo nelle mie annotazioni arrivavo inevitabilmente, prima o poi, ad un passaggio sempre molto sentito dalle persone che incontravo e cioè alla sofferta comparazione tra il modo di vivere di una volta e quello d’oggi. L’uno pieno di ristrettezze se non di vera e propria miseria e l’altro, quello attuale, talmente ricco di disponibilità da superare il limite dello spreco senza nessun sussulto autocritico. Era evidente in coloro che incontravo, la difficoltà, quasi lo spavento, di doversi adattare ad un mutamento tanto radicale che coinvolge il territorio, il nucleo familiare, i giochi dei bambini, le case, le osterie, i rapporti reciproci ecc.</p>
<p align="justify">Con questo scritto, facendomi carico di questo stupefatto disagio, diffuso prevalentemente tra gli anziani, ho inteso portare la mia pietra e concorrere - indegnamente - ad ampliare, come si dice, le dimensioni della memoria, a tentare la difesa non soltanto di un mangiare tipico della nostra provincia ma anche di altri piatti, nonchè recuperare singolari ricordi di un piccolo mondo antico, ad essi intrinsecamente sotteso, regolato da comportamenti sociali codificati e condivisi, che consentivano un vivere non facile, costellato di patimenti, ma pieno di dignità.</p>
<p align="justify">Non vi sono stato sollecitato dunque dalla ambizione, peraltro umanissima, di far gemere i torchi ma dal desiderio di ricordare qualcosa della mia terra, quasi un intimo ossequio verso ciò che è più autenticamente mio.</p>
<p align="justify">Il <em>risòt</em> <em>menà</em> è un piatto molto tipico dell’alto mantovano. È talmente radicato e diffuso nella pratica locale che molto spesso viene definito semplicemente <em>el risòt</em>. È la gemma di una cucina, quella contadina appunto, che rappresenta l’arte del socievole per eccellenza: è partecipazione, coralità, adesione, amicizia. Esso rappresenta la concreta materializzazione dei sentimenti di amore per la nostranità che pervade le <em>residùre</em> della zona. Se ben confezionato da una di queste solerti massaie, non è raro che dopo le prime cucchiaiate (si, perchè la vecchia tradizione evita giustamente l’uso della forchetta) si avverta l’intima urgenza di sciogliere un riconoscente <em>Te Deum</em>.</p>
<p align="justify">Mi si consenta un’altra temerarietà: credo che, dopo il silenzio, ciò che si avvicina di più all’ineffabile sia il suono basso, familiare, carezzevole del riso che viene menato da mano esperta. È una dichiarazione dettata da amorosi sensi, ma non è del tutto impropria in questi tempi nei quali sta scomparendo la civiltà della tavola.</p>
<p align="justify">I risotti di una volta e le nutriture moderne rappresentano due epoche che si fronteggiano con cipiglio. A me la comparazione riesce deprimente. Se andate in un ristorante, fatevi servire prima un <em>risòt</em> e poi un <em>wurstel</em>, magari adagiato su un letto di senape: l’aspetto del primo è suadente, quello del secondo è inquietante.</p>
<p align="justify">La corretta preparazione del <em>risot</em> <em>menà</em> si svolge secondo un rituale antico, una vera liturgia scandita da gesti resi precisi e sicuri da una esperienza secolare. Si fa dapprima un soffritto di cipolla e burro, poi ci si mette il <em>pist</em> o pesto, impasto di carni di maiale grasse e magre condite con sale, pepe ed aglio in proporzioni acconce, quindi si versa il riso ed infine si mena bagnando con buon brodo. Al posto del <em>pist</em> è piuttosto frequente anche l’uso della salsiccia la quale non è altro che il medesimo miscuglio fatto con parti meno nobili, condito allo stesso modo ed insaccato in un lungo budello per proteggerlo meglio dalla ossidazione. Man mano che esce dalla macchina esso viene frazionato in rocchi di circa 10-12 cm. , ciascuno dei quali è la <em>salamèla</em>.</p>
<p align="justify">Per il tipo di riso non ci sono perplessità: non può che essere vialone nano della migliore qualità, mantovano quindi, dal chicco non lungo ma rigonfio, sodo e compatto, che resiste bene alla cottura ed alla lavorazione. Per quanto attiene alla brillatura esistono due correnti di pensiero. La prima, più radicata nelle zone finitime al Veneto, pretende che il chicco non sia bianco ma sia rivestito ancora di un poco di pula (riso biondo) che gli conferisce maggiori gusto e consistenza. La seconda, strettamente nostrana, richiede invece che sia assolutamente privo di ogni tegumento e di un bel colore amidaceo, quasi candido, per poter meglio assorbire il condimento senza conferire sapori propri.</p>
<p align="justify">La cottura, come detto, si fa con brodo. Questo ingrediente costituisce il principale elemento di differenziazione tra il <em>menà</em> e gli altri risotti nei quali si adopera il riso come se fosse pasta; lo si cuoce in acqua e lo si condisce soltanto alla fine.</p>
<p align="justify">Tale singolare modalità trova la sua massima espressione nel <em>risòt a la pilota</em>, piatto famoso in una ristretta area della provincia, accortamente propagandato <em>urbi</em> <em>et</em> <em>orbi</em> in modo tale da essere fatto passare per il vero, unico risotto nostrano. È una forzatura campanilistica che trae da una serie di piccoli riferimenti, modalità e notizie con cui si è inteso colpire l’immaginazione e la fantasia dei consumatori quali l’indispensabilità del vecchio paiolo di rame, <em>el stagnà</em>, l’immissione del riso nell’acqua mediante una carta piegata ad imbuto così che la punta del cono che si forma ne sfiori la superficie o la superi di poco, l’uso di un canovaccio che si pone tra il coperchio e la pentola o addirittura sopra il riso a mo’ di rudimentale guarnizione e per assorbire l’eccesso di acqua in superficie, la copertura finale della pentola stessa con un panno di lana, <em>al tabàr</em>, per mantenerne la temperatura, nonchè l’ineludibile citazione dei piloti cioè degli operai addetti alla lavorazione del cereale.</p>
<p align="justify">Coloro che lo apprezzano ne fanno l’emblema della cucina mantovana, ed hanno ragione. Coloro che non lo amano più di tanto lo ficcano nel repertorio dei nostri ottimi primi senza attribuirgli un risalto particolare, e non hanno torto. Ciò che appare dirimente non è tanto il sapore, pressochè simile al <em>menà</em> quanto l’incontro fisico con il palato.</p>
<p align="justify">Concorre infine alla mitopoiesi della <em>pilota</em> - non senza un tantinello di raccapriccio, fissativo commendevole per simili operazioni - la menzione con il tono sommesso della rivelazione gravissima, di quello fatto, <em>horresco referens</em>, con la <em>ponga</em>, il grosso topo di pila, che si nutriva del riso stesso e che, in periodi di estrema povertà poteva supplire (si dice peraltro che fosse eccezionalmente buono) alla mancanza di carne di maiale. In certi casi tutto fa brodo, anzi tutto fa risotto.</p>
<p align="justify">Una nota curiosa è costituita dal fatto, riferitomi dal senatore Sergio Agoni, membro della Commissione agricoltura del Senato, che anche a Manerbio, in provincia di Brescia, viene preparato nel giorno della maialatura, un piatto similare: riso ben sgranato e condito con ritagli tritati di carne di maiale e con un poco di pasta fresca del salame. Da quelle parti viene denominato <em>ris spurc</em> (riso sporco).</p>
<p align="justify">Il <em>risòt a la pilota</em> si caratterizza per i chicchi che si staccano, di consistenza elastica, quasi gommosa, e riceve il condimento soltanto al termine della cottura per cui non ne rimane compenetrato. Il prodotto finale è tuttavia di grande effetto ed assai gustoso ma non in misura tale - a mio debole parere - da assicurarne la pretesa superiorità nei confronti di quello menato.</p>
<p align="justify">Forse mi fa velo un poco di sana partigianeria ma a me, amante della buona tavola, cresciuto alla scuola di Brillat-Savarin, che considero la cucina<em> res severa</em>, sembrano più acconci alla fisiologia del nostro gusto contatti palatali teneri e delicati, che evitino il rischio di attriti perigliosi o di stranguglioni con un cibo troppo asciutto, come appunto il piatto villimpentese che postula frequenti libagioni emollienti.</p>
<p align="justify">Meglio allora il <em>menà</em>, dalla consistenza che definirei “condiscendente”, senza asperità, senza grumosità che striano il gargarozzo, con il granello lubrificato da un ottimo brodo, immerso fino a cottura nella sua salsa. Con una spolverata finale di formaggio grana che gli conferisce una patina di velluto profumato, il vialone nano di casa nostra trova la sua entelechìa.</p>
<p align="justify">Qualcuno ha voluto accennare ad una alterità tra quello <em>a la pilota</em> che avrebbe impronta popolare, e quello <em>menà</em> che sarebbe invece di estrazione borghese per via del brodo considerato ingrediente ricco. Non so se sia legittimo classificarli secondo questo registro. Mi pare che sia più una questione di consuetudini locali che di povertà o ricchezza (la dicotomia storica secondo la quale oggi si finisce per incasellare, oltre alle idee ed ai comportamenti, tutto ciò che che si vede, che si tocca e che riempie la pancia). Viene alla mente la simpatica e penetrante canzone del cantautore Gaber secondo il quale una bella minestrina ed il culatello sono di destra mentre il minestrone e la mortadella sono sempre di sinistra. In ogni caso, per evitare imbarazzanti complicazioni di carattere sociale, posso assicurare che quello dell’alto mantovano è un arcirisotto sia menato con la destra che con la sinistra e ciò, comunque la si pensi, mi sembra una ragguardevole testimonianza di estraneità alla politica.</p>
<p align="justify">Caro <em>risòt</em> <em>menà</em>, ultima trincea, vero cardine della nostra civiltà contadina ed ora quasi relegato a cimelio, a citazione, alla funzione di pietra di paragone verso i mangiari di oggi, comodi ma seriali, funzionali ma sospetti.</p>
<p align="justify">In questi confronti riesce sempre vincente, è ovvio, ma si sta riducendo - se non lo si rilancia con intelligenza e passione - ad assumere le connotazioni del mito, alla deprimente condizione di reperto, a non essere più insomma il trionfatore quotidiano della cucina familiare ma a venir gustato, nei soprassalti di melancolìa, presso appassionati ristoratori che fanno degli antichi sapori il loro impegno professionale. Questi uomini dabbene ed eziandio provveduti, ricusano le suggestioni del <em>catering</em>, officiano lavorando di gomito e meritoriamente non si lasciano abbagliare da nomi e proposte estranei alla nostra umanità.</p>
<p align="justify">Ma in un mondo che cambia a ritmi forsennati si può parlare legittimamente di qualcosa di “nostro” ? Se si leggono i segni dei tempi, se si fa caso, per esempio alle bancarelle di S. Lucia - tuttora sfavillanti di richiami perchè occasioni di ulteriori consumi - si troverà nel reparto giocattoli per bambine, un vasto repertorio di cucine in miniatura, rigorosamente di plastica, colorate con improbabili rosa e gialli <em>shocking</em>, dotate di ogni minimo attrezzo per confezionare mangiari moderni. Hanno tutto e niente. Non mancano gli aggeggi per fare i <em>toasts</em>, per preparare gli <em>hot-dogs</em>, per cuocere gli <em>hamburgers</em> ed è onnipresente anche quella specie di racchetta elettrica con la quale si spiattellano le <em>crêpes</em>. Ma è sempre tristemente assente, ahinoi, il paiolo della polenta, quel caro mangiare nostrano di antichissima memoria che ha sfamato intere generazioni e che dovrebbe occupare un posto di primo piano nel ricordo di tutti.</p>
<p align="justify">Anche per questa via, subdola ed allarmante, si insinua la modernità la quale è fatta di tempi spietatamente rapidi e di manualità ridotta al minimo perchè le scansioni della giornata sono sempre più rigidamente serrate. Già da piccoli si imparano dunque le nuove tecniche, come dire, eversive che ci allontaneranno sempre più dalle nostre tradizioni.</p>
<p align="justify">Giorno dopo giorno, quasi impercettibilmente ma con progressione implacabile, anche i nostri orizzonti si modificano. Nelle campagne l’asfalto e le discariche contendono con le colture, in città il traffico caotico riempie le strade di automobili che vietano ogni sosta dello spirito ed i parcheggi appaiono come metastasi pulsanti che via via si impossessano di ogni spazio vitale. Dappertutto si riduce il verde. Anche le bottegucce di paese non ci sono quasi più. Manca il viavai di una volta, la pila dei libretti del credito per sbarcare il lunario fino alla primavera, i taglienti pettegolezzi delle donne, i salami di prima e di seconda, il fortore del <em>furmai vert</em> (il Gorgonzola). Le loro serrande abbassate sembrano occhiaie vuote, le stìgmate della dolorosa transizione epocale. Per chi sa capire, non sono altro che il grido di dolore che la civiltà contadina lancia prima di soccombere. Quelle botteghe erano essenziali caratteristiche fisiche del territorio, riferimenti ai quali si legava la nostra formazione. Marcavano saldamente il momento storico di cui eravamo partecipi e la loro scomparsa prepara la naturale apprensione che sempre si prova quando le certezze vengono meno.</p>
<p align="justify">C’è ancora tempo per recuperare una socialità dalle cadenze meno convulse ? Francamente non so dare una risposta. So che in un impeto di <em>pìetas</em>, di amore devoto per la mia terra volevo scrivere un saggio sulla centralità della polenta ma ne sono ormai ampiamente dissuaso.</p>
<p align="justify">Rimangono attualmente pochi piatti ai quali aggrapparsi con l’angoscia del naufrago e il <em>risòt</em> <em>menà</em> è uno di questi, ultimo diaframma storico, filosofico, sociale che divide nettamente due stili di vita assai lontani. Ma, come dicevo, avverto con dolore - a meno di un lodevole soprassalto di autenticità - che anch’esso ha i giorni contati. Le nostre figlie lo mangiano ma lo cucinano raramente, i nostri nipoti non faranno neanche questo: apriranno scatole, spremeranno tubetti.</p>
<p align="justify">Credo che non resisterò all’onta di vedermelo presto servito in un dissacrante vassoietto di alluminio da riscaldare al forno a microonde, o peggio ancora ridotto ad omogeneizzato ovvero, <em>horribile</em> <em>dictu</em>, presentato in confezione <em>spray</em>, l’ultimo passaggio prima della sua terrificante trasformazione in pillola liofilizzata. Verrebbe da dire, con don Alessandro, ‘Addio collinette rosee sorgenti dal piatto&#8230; note a chi è cresciuto tra voi ed impresse nella sua mente non meno che lo sia l’aspetto dei suoi più familiari. Addio.’.</p>
<p align="justify">Ripeto, tutto cambia. Anche le case non sono più quelle di una volta, modeste ma accoglienti. Attualmente sono piccole e animate da vita febbrile, quasi isterica. Lo dice bene Simone de Beauvoir: “Oggi la casa ha perduto il suo splendore patriarcale; per la maggior parte degli uomini è solo una abitazione su cui non pesa più la memoria delle generazioni defunte, che non tiene imprigionati i secoli futuri”.</p>
<p align="justify">Il focolare è stato sostituito dalla televisione. Gli alari, una volta, erano nere ed impettite sentinelle della sacralità della famiglia contadina, testimoni discreti della vita quotidiana. Al posto del fascino delle braci e delle calde malìe della fiamma, adesso abbiamo lo schermo con i suoi mezzi busti, i lustrini, i blà blà, le guerre davanti agli occhi seduti in poltrona, la società virtuale. Non tutto è negativo, si intende, ma così la vita non ci appartiene, ci appare lontana, è diventata uno spettacolo non un’esperienza, non ci tocca dentro. Manca il rapporto fisico e vitale con le cose, quel contatto che ci dà emozioni, non c’è insomma la partecipazione diretta, l’acquisizione della realtà esterna che possiede soltanto chi opera in prima persona, che lavora, che fatica. Menare risotti o schiacciare bottoni non è la stessa cosa.</p>
<p align="justify">E cosa dire poi delle cucine ? Una volta erano stanzoni accoglienti e ampi e pervasi da soavissimi odori, dove al sano calore del <em>fogolèr</em>, vero e proprio tabernacolo domestico, si svolgeva la vita familiare, con tutte le sue dinamiche, e il dialogo cementava i rapporti personali. Adesso si sono immiserite alla “zona cottura”, dominio dell’ <em>high-tech</em>, squillanti di acciaio, abbaglianti di riflessi artificiali e immagine conclamata dell’alienazione.</p>
<p align="justify">E le osterie ? Mi si stringe il cuore quando vedo che questi abituali “ambienti” (nell’alto mantovano si chiamavano così) nei quali una volta, confortati da un gotto onesto, ci si sedeva a parlare e si consolidava la socialità delle piccole comunità di campagna, ora sono scomparsi o sono diventati bar, <em>hostarie</em> o <em>pub</em>. Ecco, in queste nuove insegne è sintetizzato un fenomeno storico, quello imperativo dell’immagine che è prosseneta della nostra subordinazione al profitto, dell’avere e non dell’essere, della sottomissione ad una realtà piena di egoismi che segnano crudamente ogni nostra giornata.</p>
<p align="justify">Non sono ingenuo, capisco che non ci si può opporre al “progresso” perchè è tutto il mondo che si trasforma e noi siamo molto fragili. Si può però dire - si deve dire - che l’uomo sta perdendo sè stesso soverchiato da cadenze esasperate e che la globalizzazione, così come si prospetta, non piace. La concitazione si sta impossessando di noi e violenta ritmi ancestrali che da sempre fanno parte della nostra natura. Si vive in fretta, si corre, ci si spintona fisicamente, ci si urta nello spirito, si mangia quasi in piedi.</p>
<p align="justify">Fino a qualche tempo fa era un piacere navigare a vista nelle nostre più rinomate trattorie di campagna, costeggiando tavoli colmi di antipasti o griglie sfrigolanti o spiedi carichi di ogni ben di Dio. Ora sono quasi del tutto scomparse soppiantate da locali <em>prêt a manger</em> nei quali l’occhio impatta soltanto su gigantografie raffiguranti panini e relativi prezzi. Se uno vi capita dentro per caso ricorrono gli estremi, a mio parere, per un immediato giro di tacchi ed una sdegnosa uscita dalla comune. Sbaglierò, ma se sono buone quelle robe lì allora il risòt menà è una teofanìa.</p>
<p align="justify">Leggevo tempo fa un passo della fondamentale “Storia del cibo” di Reay Tannahill (ed. CDE): “Proteine, carboidrati, vitamine e grassi possono essere creati in laboratorio a partire da una grande varietà di materiali. Le proteine per esempio possono essere estratte da semi di soia, poi trattate in un bagno coagulante, filate ed avvolte in matasse. Queste verrebbero poi legate con un misto di farina, gomme ed altri ingredienti, fatte passare in una soluzione insaporente e quindi compresse o cardate per essere trasformate in una buona imitazione di fettine di pancetta o di carne tritata. È possibile estrarre proteine anche da olio combustibile, da cellule fungali coltivate su rifiuti di plastica ossidati, dai residui di cellulosa della produzione di pasta di legno e di carta, e dai liquidi di scarto nella raffinazione delle barbabietole da zucchero.”.</p>
<p align="justify">Alzàti subitamente gli occhi al cielo per riprendermi dallo sconcerto, ho intravisto, ne sono certo, il ghigno sardonico di Berlicche.</p>
<p align="justify">Qui siamo alla sublimazione della follia dell’uomo che lavora diuturnamente per annientarsi. Siamo all’alveare impazzito, all’annichilimento di una civiltà, al trionfo dell’apprendista stregone; avverto il terrore prossimo venturo dei <em>golem</em>. Ritorneremo mai al mondo semplice di Bernardo di Chiaravalle nel quale avevano ancora un senso le sue raccomandazioni <em>fugienda superflua et adulterina condimenta</em><strong> </strong>? Ricavare <em>risot</em> <em>menà</em> dalla plastica è una prospettiva raccapricciante.</p>
<p align="justify">Io - basta guardarmi – tra il saltar dalla finestra e mangiare la minestra ho sempre scelto, liberamente, di mangiare la minestra. Devo dire però che se quest’ultima fosse, che so, un timballo di spaghetti di riso con salsa di soia, succo di lampone e contorno di luppolo (l’ho visto nel menù di un moderno locale per giovani) avrei più di una perplessità. E se la finestra magari fosse al al piano terreno, ad una altezza conveniente, senza eccessivi pericoli per le mie attuali condizioni locomotive… sarei tentato di consegnarmi al martirio.</p>
<p align="justify">“Datemi da mangiare bene e vi farò una buona politica” affermava Luigi XIV che legava, in un rapporto immediato, il piacere della tavola ad una valida amministrazione dello Stato. Se si considera quanto succede oggi, non si può dargli torto.</p>
<p align="justify">Ora, il lettore, può capire meglio le motivazioni di questo mio modesto lavoro: fare del <em>risot</em> <em>menà</em> l’occasione di una sommessa ma convinta protesta e allo stesso tempo ricordare un mondo, quello contadino, carico di comportamenti e di tensioni morali che forse non torneranno più. È il mio affettuoso omaggio ad un sistema di valori attraversato da un forte senso religioso ed incentrato sull’uomo e sulla famiglia, il mio devoto saluto alla gente dei campi che ha tanto lavorato per i figli, per la comunità, che ha reso prospera la terra dove sono nato, questa terra che tutti stiamo colpevolmente maltrattando.</p>
<p align="justify">La modernità, a ben guardare, è soprattutto secolarizzazione, è rinuncia alla spiritualità, alla parte migliore dell’uomo, ogni giorno di più sopraffatto da mammona e dalla nevrosi. Siamo afflitti da un masochismo sociale immotivato che ci porta a considerare perente le antiche virtù. È un discorso complesso, dai confini piuttosto labili, che investe tutto il nostro mondo, difficile da cogliere nella sua interezza. Non ne sono del tutto sicuro, ovviamente, ma sono convinto che Oswald Spengler, assai devoto (si dice) al risòt menà, abbia cominciato a concepire il suo “Tramonto dell’occidente”quando ha mangiato un sacchetto di patatine al gusto di pancetta..</p>
<p align="justify">Appare certo dunque che, limitatamente ai mangiari, bisogna darsi alla resistenza contro il succedaneo, contro il cibo prefabbricato perchè la cucina è distensiva nella sua manualità, favorisce il dialogo tra genitori e figli, dissolve incomprensioni, allenta tensioni sociali ed alla fine, come affermava Guy de Maupassant, è l’unica passione seria.</p>
<p align="justify">Ma non soltanto contro il surrogato dobbiamo combattere. È necessario mobilitare le coscienze, imbracciare le forchette e muovere contro le capricciose perversioni che con cadenza pressochè decennale tormentano i nostri palati, anche se la cucina mantovana ha il grande merito di non essersi concessa più di tanto a queste mode effimere e ingannevoli.</p>
<p align="justify">Basata da sempre sulla tradizione e sul sapore primo delle cose, nobilitata da ricette rese perfette da una pratica secolare, ampiamente codificate dal gusto e condivise dalla gente, è stata appena sfiorata dagli andazzi perniciosi di una gastronomia stravolgente sino al parossismo.</p>
<p align="justify">Questa, animata dalla volontà di stupire l’occhio del cliente più che di soddisfarne il palato, negli ultimi trent’anni ci ha proposto ogni sorta di nequizie. Siamo passati dalla cottura alla lampada di filetti e gamberoni - madidi di <em>cognac</em> e con rutilante vampata finale - all’uso alluvionale della panna, dalla <em>nouvelle</em> <em>cuisine</em> compiaciuta delle sue cotture approssimative e delle sue porzioni quaresimali, ai piatti presentati con guarnizioni da pittura metafisica. Chiedo: non è già un microcosmo perfetto il pollo arrosto con patatine ? Perchè mettere a repentaglio un equilibrio conquistato nei secoli indebolendolo al solo petto - cotto alla piastra per giunta - con contorno di ribes in agrodolce, purea di radicchio rosso al balsamico<em> </em>e filamenti di caramello ?</p>
<p align="justify">La nostra cucina popolare, quella borghese e la ristorazione rusticale, hanno sempre giustamente rifiutato tali mistificazioni e non è un caso, credo, che i riconoscimenti delle guide ufficiali - quelle serie e redatte con criteri di onesta e scrupolosa individuazione del merito - siano stati per la provincia mantovana tanti e di tanto elevato livello.</p>
<p align="justify">A me piace il cibo servito con una certa finezza, ma se l’aspetto formale viene esasperato “<em>in Apolline</em>” e cioè sino a mettermi davanti agli occhi - già fredda ovviamente - una creazione artistica vezzosamente variopinta, con le carni affettate a ventaglio, la salsa spruzzata a goccioline per tutto il piatto e le verdure di contorno disposte a bindelle a mo’ di pittura astratta, provo un senso di soggezione. Se poi penso che dopo tanto impegno dello <em>chef</em>, l’elegante composizione sarà da me distrutta come un prezioso mandala e successivamente addirittura masticata ed ingoiata, allora intristisco, la soggezione diventa panico e l’acquolina si trasforma in lacrima.</p>
<p align="justify">Siccome vado al ristorante per mangiare e non per guardare, preferisco di gran lunga le calde e generose vivande dall’aspetto veritiero, disposte ammodo nelle cordiali fiamminghe di famiglia, dalle quali servirsi a piacimento, senza incubi estetici ed immersi nei carezzevoli profumi della pietanza. L’incontro con la buona tavola non è la sublimazione dell’intemperanza o la visita ad una mostra d’arte ma, come dicevo, la gioia degli affetti familiari, il piacere della conversazione, il ritrovamento della <em>nostralità</em>, la gratificazione dello spirito, la soddisfazione del gusto.</p>
<p align="justify">In senso figurato - lo dico sorridendo ma c’è del vero - il <em>risòt</em> <em>menà</em> si può assumere allora come un novello carroccio che chiama a raccolta le forchette ortodosse nel periglio del desco. Circondato impavidamente dagli ultimi legittimisti - fanteria vecchiotta con empiti artusiani, male in arnese ma salda nella fede - esce dalla cittadella del buon gusto culinario ed affronta la battaglia per arginare gli apprendisti stregoni che avanzano sparnazzando inesorabilmente sacrileghi sbruffi di <em>ketchup</em>. È questa la atroce mistura che travia i nostri giovani nei mangifici esotici, spuntati dappertutto con pervasività luciferina. Toccati da insana passione, prima la sbrodolano su insalata, polpette, pesce fritto, patatine, spaghetti ed altri cilici alimentari e poi trangugiano le atrocità commentandole con inesplicabili squittii di ammirazione, da essi definiti bislaccamente <em>slurp</em>.</p>
<p align="justify">Sopra il carroccio c’è un uomo che, pervaso da furore messianico, suona rabbiosamente la martinella. Sono io.</p>
<p><em></p>
<p align="justify">Mane nobiscum Domine quoniam advesperascit.</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p></em></p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p><strong></p>
<p align="justify">Sante Bardini</p>
<p></strong><font size="4" face="Arial"></p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p align="justify">&nbsp;</p>
<p></font></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.accademiadegliscalchi.org/2008/01/16/risot-mena-di-sante-bardini/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>Al salàm dla lingua</title>
		<link>http://www.accademiadegliscalchi.org/2008/01/16/al-salam-dla-lingua/</link>
		<comments>http://www.accademiadegliscalchi.org/2008/01/16/al-salam-dla-lingua/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 15 Jan 2008 23:21:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Lettere al giornale: La Voce di Mantova]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.accademiadegliscalchi.org/?p=24</guid>
		<description><![CDATA[I salami nel mondo sono un numero sterminato. Nel territorio italiano, dove il maiale e la sua gastronomia occupano un posto di grande importanza nell’alimentazione umana, si ritiene che siano parecchie migliaia. Nell’ambito della pianura padana siamo oltre la soglia dei trecento.
Se si ha occasione di consultare qualche libro di cucina si riscontra che la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font size="2">I salami nel mondo sono un numero sterminato. Nel territorio italiano, dove il maiale e la sua gastronomia occupano un posto di grande importanza nell’alimentazione umana, si ritiene che siano parecchie migliaia. Nell’ambito della pianura padana siamo oltre la soglia dei trecento.</p>
<p>Se si ha occasione di consultare qualche libro di cucina si riscontra che la produzione mantovana - ne siamo orgogliosi - gode di una particolare rilevanza. Sarà l’abilità dei norcini (detti masìn o masalì) o la terra o il clima o gli ambienti di stagionatura o altro ancora, fatto sta che i nostri salumi godono di una singolare preferenza tra i buongustai.</p>
<p>È ovvio che essendo le stagioni dell’anno sempre abbinate a solennità religiose - per non dimenticare mai il sacro, è questa la dimensione umana della fede - anche qualche insaccato finiva per essere collegato ad una particolare ricorrenza. Sempre per consolidare il rispetto dlla tradizione c’erano delle poesiole, di gusto ingenuo e bonario quli &#8220;Sat magni al salàm dla lengua par l’Asenza, al furment al met la smensa&#8221; o anche &#8220;Chi magna mia al salàm par l’Asenza par tut l’an al resta sensa&#8221;.</p>
<p>Cos’è il &#8220;salam dla lengua&#8221; ? È quello prodotto quasi esclusivamente nel basso mantovano e in alcuni comuni veronesi in sinistra Mincio, che viene mangiato il giorno della Ascensione e cioè nella quarta domenica di maggio. Esso veniva e viene tuttora preparato durante la maialatura cioè quando &#8220;as fa sù al pursèl&#8221; nella stagione invernale ma con parti non idonee per il salame da stagionare e precisamente con muscoli, carni della gola, della coppa e tessuti connettivi. Questa miscela viene insaccata in un budello gentile nel quale poi si infila la lingua. Per la singolare operazione si usa un apposito attrezzo ma in altre contrade, più sbrigativamente, si taglia la lingua a tocchetti. La tecnica mantovana è quella di sistemarla subito dentro il budello e poi circondarla con l’impasto immesso con l’imbuto mediante un avvolgimento a spirale operato dall’esperto norcino.</p>
<p>Ricordo benissimo che nella mia famiglia si conservava in generose pentole di terraccotta riempite a strati con strutto, un paio di salamelle, tre morette (salamini da pentola fatti con il sangue del maiale) ed un cotechino. Ogni strato doveva bastare per una settimana. Era cura della brava rasdora farlo comparire nella settimana dell’Ascensione.</p>
<p>Oggi, nella festa suddetta, viene lavato accuratamente e poi cotto in una pentola con acqua abbondante per circa tre ore. Affettato al momento del consumo, è una gioia per gli occhi ed uno schietto piacere del palato. Si abbina particolarmente bene a del giovane lambrusco, beverino e dalla spuma rossa.</p>
<p>Ho un privilegiato punto di osservazione: io, con mio fratello Paolo, sono gestore dello spaccio del salumificio Merlotti di Marmirolo. Vedo con grande soddisfazione che le famiglie lo richiedono puntualmente per la quarta di maggio e non sempre sono quelle di una volta, di rigorosa osservanza contadina, ma vi sono anche delle giovani coppie che si avviano meritoriamente alla tutela della tradizione.</p>
<p>Giuseppe Zamboni – Castel d’Ario</p>
<p>(Accademia Gonzaghesca degli Scalchi)</p>
<p></font></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.accademiadegliscalchi.org/2008/01/16/al-salam-dla-lingua/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>&#8220;Trattoria DEI COLLI&#8221;, dal 1802</title>
		<link>http://www.accademiadegliscalchi.org/2008/01/16/trattoria-dei-colli-dal-1802/</link>
		<comments>http://www.accademiadegliscalchi.org/2008/01/16/trattoria-dei-colli-dal-1802/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 15 Jan 2008 23:18:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Lettere al giornale: La Voce di Mantova]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.accademiadegliscalchi.org/?p=23</guid>
		<description><![CDATA[L’anfiteatro del Garda è da sempre una ricca geografia di luoghi dove il palato trova ristoro e consolazione, dove il &#8220;nettare degli dei&#8221; prodotto nelle colline dell’alto mantovano, si abbina perfettamente ai piaceri della tavola che le numerose trattorie offrono non solo agli affezionati avventori ma anche ai numerosi turisti di passaggio.
A Olfino di Monzambano, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font size="2">L’anfiteatro del Garda è da sempre una ricca geografia di luoghi dove il palato trova ristoro e consolazione, dove il &#8220;nettare degli dei&#8221; prodotto nelle colline dell’alto mantovano, si abbina perfettamente ai piaceri della tavola che le numerose trattorie offrono non solo agli affezionati avventori ma anche ai numerosi turisti di passaggio.<br />
A Olfino di Monzambano, appena fuori dalla provinciale, c’è un raro, commovente reperto di archeologia cucinaria: la &#8220;Trattoria dei Colli&#8221;.</font><font size="2">Da una singolare indagine promossa dall’Amministrazione comunale di Monzambano, questo locale nasce addirittura nel 1802 e da allora ha sempre svolto, di generazione in generazione, la sua commendevole funzione di dar da bere agli assetati e di consolare gli affamati. Più di due secoli dunque al servizio della ristorazione di tipo casalingo, senza cedimenti riprovevoli alle mode paseggere e aberranti, guidata da un decennio all’altro dalla rigorosa osservanza della più stretta cucina mantovana.</p>
<p>La lunga vita di questo piccolo ambiente, concede ampi spazi alla fantasia: inizialmente avrà soccorso i contadini locali sfiniti dal duro lavoro dei campi, avrà ringagliardito i conducenti di carriaggi e boarìe con trippe e boccali di rosso, si sarà trovato in mezzo alle schioppettate della battaglia di Solferino con servizio di polenta e gras pistà, avrà accolto i signori di Mantova che con la littorina venivano alla domenica e nelle altre feste comandate a mangiare il &#8220;polastrel&#8221;, per arrivare sino ai giorni nostri, sempre pronto a soddisfare le legittime aspettative di chi non vuole farsi travolgere dalle gore dei fast food.</p>
<p>Ed è proprio questo l’aspetto più importante ed univoco della passione dei suoi gestori: i piatti hanno sempre mantenuto e tuttora mantengono, la genuinità, la squisitezza, la prelibatezza e soprattutto i caratteri tradizionali della cucina della morena mantovana. Un ringraziamento particolare va allora alla benemerita famiglia Stefanoni, titolare dell’ambiente ed al capostipite Giovanni.</p>
<p>Ovviamente il succedersi delle generazioni ha portato qualche cambiamento dettato certamente anche da inevitabili adeguamenti commerciali, ma questi non hanno mai assunto i caratteri dello stravolgimento. Sono sempre stati limitati, modesti, intesi principalmente a soddisfare il cliente alla ricerca non della suggestione dell’immagine ma della concreta bontà gastronomica.</p>
<p>Adesso c’è Gino che officia ai fornelli assistito dalla mamma Nella e con l’indispensabile aiuto della moglie Alessandra in sala. Propone menù che - sottolinea con giusto orgoglio - non hanno niente della produzione industriale, poco che venga dagli scaffali di qualche supermercato ma certamente nulla che sia calato furtivamente dai furgoni di un catering.<br />
Nella lista non manca il devoto omaggio ai mangiari di una volta con i capunsèi (ricetta che sta riscoprendo una nuova giovinezza), ma ci sono anche i &#8220;bigoli con cinghiale&#8221; per non dimenticare i giovani che si trovano a mal partito con le tradizionalissime sardelle. <br />
                                                                                              </p>
<p>Luca Ghizzi - Cerlongo<br />
                                                                      <br />
Accademia Gonzaghesca degli Scalchi</p>
<p></font></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.accademiadegliscalchi.org/2008/01/16/trattoria-dei-colli-dal-1802/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
		<item>
		<title>&#8220;i capunsei&#8221;, l’ultima opera di Sante Bardini</title>
		<link>http://www.accademiadegliscalchi.org/2008/01/16/i-capunsei-l%e2%80%99ultima-opera-di-sante-bardini/</link>
		<comments>http://www.accademiadegliscalchi.org/2008/01/16/i-capunsei-l%e2%80%99ultima-opera-di-sante-bardini/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 15 Jan 2008 23:18:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Lettere al giornale: La Voce di Mantova]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.accademiadegliscalchi.org/?p=22</guid>
		<description><![CDATA[Dopo il notevole successo di &#8220;risòt menà&#8221;, ritorna finalmente, non solo nelle librerie ma verrebbe da dire &#8220;sulle tavole&#8221; del mantovano, Sante Bardini con il suo nuovo lavoro di sociologia rurale esaminata come sempre dal versante dei cibi tradizionali. Il titolo è intrigante: &#8220;i capunsei – il piatto antico e misterioso della cucina popolare dell’alto mantovano&#8221;.
Anche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font size="2">Dopo il notevole successo di &#8220;risòt menà&#8221;, ritorna finalmente, non solo nelle librerie ma verrebbe da dire &#8220;sulle tavole&#8221; del mantovano, Sante Bardini con il suo nuovo lavoro di sociologia rurale esaminata come sempre dal versante dei cibi tradizionali. Il titolo è intrigante: &#8220;i capunsei – il piatto antico e misterioso della cucina popolare dell’alto mantovano&#8221;.</p>
<p>Anche questo libro è dedicato &#8220;alle eroiche donne della nostra civiltà contadina&#8221; a conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, della profonda e sincera ammirazione che il Professore avverte per le massaie del nostro contado, depositarie assolute delle tradizioni e dei sapori di una volta che devono essere protetti, salvati e tutelati dall’incombere funesto della modernità.<br />
L’Accademia Gonzaghesca degli Scalchi, della quale anche il Professore fa parte, non può che sottolineare con entusiasmo l’uscita del nuovo manoscritto che pone in evidenza uno dei principali aspetti che questa associazione culturale meritoriamente si propone: salvaguardare i vecchi mangiari e farli conoscere alle nuove generazioni, spesso prive di un reale attaccamento alla propria identità ed al territorio.</p>
<p>I &#8220;capunsei&#8221; sono da tutti riconosciuti, nell’alto mantovano, come gnocchetti di pane raffermo, cucinati e trattati in diversi modi a seconda delle sapienti mani della massaia che ne lavora l’impasto attingendo a  segreti custoditi gelosamente tra le mura familiari e trasmessi oralmente da nonna, a figlia, a nipote.<br />
Bardini  si è &#8220;intrufolato&#8221; nel piccolo mondo antico delle corti di campagna e tra una battuta in dialetto ed un bicchiere di vino, spesso seduti acconto al  fogolèr, è riuscito a carpire i segreti delle anziane residùre, vincendone la diffidenza e facendosi raccontare non solo le quotidiane fatiche del duro lavoro nei campi ma anche le loro ricette mettendone in evidenza ingredienti, tempi di cottura, l’amore e la cura con cui i piatti venivano preparati nonostante la scarsità delle &#8220;materie prime&#8221;, non facilmente reperibili per via del costo.<br />
Da dove arrivano queste delizie del palato? Da quale arcano segreto prendono nome? Varie sono state le ipotesi che si sono susseguite nel tempo. Alcuni propendono per la leggenda del soldato austriaco che fece tappa a Cereta di Volta Mantovana e qui lasciò la preziosa formula, altri preferiscono  trovare un legame con gli knödeln alto atesini.<br />
La ricerca del Professore sgombra il campo da queste ipotesi suggestive ma anche fantasiose. Essa è stata lunga, minuziosa ed appassionata, fino ad arrivare a scoperte non solo sorprendenti, ma addirittura inimmaginabili che l’hanno portato in Bohemia, in Grecia, a Bari. Non posso svelare all’interessato lettore la soluzione del mistero ma invito ad un’attenta lettura del libro per riscoprite un piccolo mondo. Fatto non solo di ricette che altrimenti andrebbero perdute nel tempo, ma di valori, stili e modi di vita che stanno purtroppo scomparendo. Anche per questo prezioso ed insostituibile recupero dobbiamo essere grati all’Autore.</p>
<p>L’opera si raccomanda inoltre per una presentazione penetrante ed incisiva, di alto rango culturale, del prof. Pietro Marcazzan. La pubblicazione è stata resa possibile dall’intelligente intervento del Presidente dei Servizi culturali di Goito, Glauco Scardocci.</p>
<p>                                                                          Luca Ghizzi - Cerlongo</p>
<p>Accademia Gonzaghesca degli Scalchi</p>
<p></font></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.accademiadegliscalchi.org/2008/01/16/i-capunsei-l%e2%80%99ultima-opera-di-sante-bardini/feed/</wfw:commentRss>
		</item>
	</channel>
</rss>
